Italy

Dai braccianti alle aziende dei bus, tutti i delusi dal decreto rilancio

Edili, braccianti agricoli, compagnie di trasporto, guide turistiche, albergatori, sindaci. Il giorno dopo il via libera del “decreto rilancio”, di cui ancora si attende la pubblicazione ufficiale, si allunga di ora in ora l’elenco degli scontenti. «Il decreto non lascia indietro nessuno», dice il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri a Repubblica. Ma gli esclusi dalla maximanovra da 55 miliardi si fanno già sentire. E ora in tanti sperano che nel passaggio in Parlamento si possa intervenire con modifiche consistenti.

«Siamo invisibili per il governo, il 21 maggio saremo invisibili nei campi», annuncia il sindacalista dell’Usb e sociologo Aboubakar Soumahoro. Giovedì prossimo si comincia con lo sciopero dei braccianti stranieri: nessuno di loro andrà a raccogliere frutta e verdura, per contestare la norma contenuta nel decreto rilancio che regolarizza i lavoratori immigrati dei soli settori dell’agricoltura e del lavoro domestico, escludendone molti altri, dalla logistica all’edilizia, dalle consegne alla ristorazione. Oltre a limitare la regolarizzazione a chi ha un permesso di soggiorno scaduto dall’ottobre 2019, lasciando fuori, spiega Soumahoro, «gran parte delle vittime dei decreti sicurezza».

Ma a oltre alla delusione sull’annunciato piano di regolarizzazione dei migranti, che convince poco gli esperti, vista l’assenza di incentivi e i costi previsti a carico del datore di lavoro (come abbiamo raccontato), il settore che più si sta facendo sentire è quello del turismo. Che è tra i più colpiti dalla pandemia, e che proprio per questo si aspettava misure più coraggiose.

Federturismo va all’attacco. «Non è quello che ci aspettavamo. Le risorse a nostro parere andavano allocate meglio», ha detto il direttore generale Antonio Barreca. L’unica iniezione di liquidità presente nel decreto è lo stop alla rata dell’Imu per gli alberghi. Ma quello che non convince l’associazione è proprio il bonus vacanze destinato alle famiglie con un Isee fino a 40mila euro. Una soglia troppo bassa, dicono, che non coinvolge le fasce di reddito più alte che di solito trascorrono l’estate negli alberghi.

Altro comparto rimasto a bocca asciutta è quello delle oltre 9mila dimore storiche, tra ville, castelli e palazzi, che svolgono attività ricettiva e museale. Alla vigilia dell’approvazione del decreto, l’Associazione dimore storiche italiane aveva chiesto che il bonus vacanze fosse utilizzabile anche in queste strutture e che venisse aumentato il tax credit per la conservazione degli immobili vincolati, visto che sismabonus ed ecobonus sono difficilmente utilizzabili su torri e castelli. E invece, almeno a guardare le bozze del decreto, nel provvedimento non si trova nulla di tutto questo.

Così come non si trova nulla per le guide turistiche, se non il bonus di 600 euro previsto per tutti gli altri autonomi, che può salire a 1.000 euro a maggio a fronte di un calo del fatturato del 33%. «Noi non abbiamo reddito, forse è questo che sfugge. Non abbiamo entrate. L’Italia è ferma, il turismo è fermo, noi siamo fermi», denunciano Simone Fiderigo Franci e Claudia Sonego, presidente e vicepresidente dell’associazione Guide turistiche italiane. «Dispiace perché in questi mesi abbiamo manifestato le nostre istanze, anche su sollecitazione della commissione parlamentare deputata. Perché abbiamo fatto proposte, come le convenzioni con i musei. Perché abbiamo chiesto politiche di reinserimento lavorativo, non assistenziale».

Attacchi duri che arrivano anche dal mondo dei trasporti. «Altro che dl rilancio, per noi è “dl rovina”. Questo provvedimento è un disastro», accusa Andrea Incondi, managing director di FlixBus italia. «Il governo ha scelto di lasciar morire le aziende private che operano sulla lunga distanza e di favorire aziende che già ricevono finanziamenti pubblici o aziende di Stato, come quelle del trasporto ferroviario e quello aereo».

Così si sceglie «di distruggere il trasporto di bus di linea sulla lunga percorrenza», continua Incondi. «Vengono dimenticate decine e decine di aziende che garantiscono collegamenti essenziali per milioni di italiani. Il diritto alla mobilità non può essere limitato solo a chi può permetterselo. Qualcuno se ne rende conto o i diritti valgono solo per i viaggiatori dell’alta velocità?».

Non plaude al decreto nemmeno il mondo dell’edilizia. «Sono settimane che il governo ripete all’unanimità che per far crescere l’economia occorre pensare a un grande piano di sviluppo e di manutenzione infrastrutturale, accelerando procedure e sbloccando risorse incagliate da anni e poi che fa cancella tutto?», dice il presidente dell’Ance Gabriele Buia. «È del tutto assente il capitolo degli appalti che avrebbe accelerato i lavori e garantito pagamenti regolari. Sono passati due mesi dall’inizio della crisi e non c’è traccia di veri snellimenti, aspettiamo che le imprese siano tutte morte?».

Conflavoro è molto critica sul credito d’imposta sugli affitti commerciali. Roberto Capobianco, presidente dell’associazione, parla di «un sistema farraginoso di calcoli percentuali a stabilire gli aventi diritto al credito d’imposta, che in ogni caso non supera il 60 per cento». È inutile, dice, «parlare adesso di credito d’imposta a un’azienda che non ha capacità per far fronte al pagamento del dovuto».

Anche dalla piccola e media impresa si aspettavano molto di più, dopo gli annunci arrivati dal governo. «Avevamo bisogno che le tasse fossero spostate di otto mesi, e sono state spostate di tre mesi, con un intervento parziale sull’Irap. Avevamo chiesto meno burocrazia e più semplificazione, e non c’è», ha spiegato Maurizio Casasco, presidente di Confapi.

E poi c’è il fronte dei sindaci. I 3,5 miliardi di euro, da ripartire tra comuni, province e città metropolitane, non bastano. «Noi così i bilanci non li chiudiamo, anche noi siamo come le aziende, con entrate e uscite», ha detto il presidente dell’Anci Antonio Decaro. «Le uscite servono per il trasporto pubblico, l’illuminazione, la raccolta dei rifiuti. Non avendo tasse, imposte e multe, rischiamo di non poter fornire servizi».

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